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Il grande teorico del pensiero personalista,
il cristiano Emmanuel Mounier dichiara: «Tutto è politico,
anche se il politico non è tutto». Fabio Konder Comparato,
giurista e militante, nonostante le gravi disillusioni sofferte con la
politica, afferma categoricamente: «Fuori della politica non c’è
salvezza», Gilvander Moreira fa la stessa affermazione in questa
Agenda. Diversi istituti spagnoli, specializzati nei giovani, hanno constatato
in una inchiesta che il 60% dei giovani non sente alcun interesse per
la politica. Il popolo semplice delle nostre regioni dell’interno
del Brasile parlava e parla di politica, a priori e a posteriori, come
di una male : «estar politico» con qualcuno, significa aver
litigato.
E noi, che pensiamo? Politica sì o politica no?
In questa Agenda latinoamericana Mondiale del 2008, dopo
aver parlato di democrazia nell’Agenda 2007, crediamo più
che opportuno parlare della politica.
Bisogna riconoscere che la frustrazione che sta provocando la politica,
praticamente in tutti i paesi, crea un atteggiamento di sfiducia, di disprezzo
e perfino di indignazione di fronte alla politica. Quali sono le cause?
Purtroppo sono facili da enunciare:gli scandali di corruzione e nepotismo,
la falsità delle promesse elettorali, le alleanze spurie, l’inerzia
interessata delle oligarchie nazionali e la sottomissione dei governi
e dei politici alla macro-dittatura del capitalismo neoliberale…
L’esperienza collettiva, in quasi tutti i paesi, soprattutto nel
Terzo mondo, è un balletto di sigle che occultano, tutte quante,
la stessa pseudo-politica regnante nel potere, nel lucro, nel privilegio.
Si è fatto della politica un affare, la risorsa delle élites
che si succedono, sempre le stesse, apertamente nella destra, consacrando
lo status quo. Dice la barzelletta: «Basta, fare politica con la
politica! Lasciatela essere quello che è: fare affari!».
Questa politica deve morire. A livello mondiale è già una
politica morta per la società che vuole vivere umanamente e costruire
un futuro autenticamente democratico, partecipativo, umanizzante, senza
quelle disuguaglianze che gridano al cielo. L’economia cresce, ma
cresce anche simultaneamente la disuguaglianza. I piani strutturali di
aggiustamento che la politica attuale esige dai paesi poveri hanno fallito,
a prezzo di molto dolore, molta miseria e persino di molto sangue. «Il
processo attuale di globalizzazione», scrive Stiglitz nel suo libro
«La globalizzazione che funziona», «sta provocando alcuni
risultati di disequilibrio sia tra paesi che all’interno degli stessi.
Si crea ricchezza, ma ci sono troppi paesi e persone che non ne condividono
i benefici…Questi disequilibri globali sono moralmente inaccettabili
e politicamente insostenibili». Si è opportunamente affermato
che la disuguaglianza assassina la mondializzazione; e ci si convoca per
un processo multiplo in luoghi e in modi al servizio di una «mondializzazione
equa», che distribuisca il benessere e sopprima la miseria.
Bisogna fare della politica un esercizio basilare di cittadinanza. La
cittadinanza è il riconoscimento politico dei diritti umani. Poiché
siamo umanità siamo anche società. Il filosofo italiano
Giorgio Agamben afferma: «La separazione tra ciò che è
umano e ciò che è politico, che stiamo vivendo attualmente,
è la fase estrema della scissione tra i diritti dell’uomo
e i diritti del cittadino».
La nostra Agenda ripercorre la storia della politica. Confronta l’esercizio
della politica reale con i diritti umani, con la cittadinanza, con le
culture, con la laicità e il dialogo interreligioso, con l’ecologia,
con i mezzi di comunicazione. Quella politica reale ha nelle sue mani
la manipolazione dell’opinione pubblica e la «colonizzazione
delle soggettività». Per la maggior parte dell’umanità
è una politica che deve morire, è già una politica
morta. E, tuttavia, la politica, l’altra politica, non può
morire, appunto perché l’umanità non può vivere
senza. La politica è l’organizzazione della vita umana, il
processo della società. La politica è più di una
dimensione, abbraccia tutte le dimensioni della vita sociale.
Denunciando nella nostra Agenda la politica iniqua, rivendichiamo la vera
politica. Una politica «altra» , di giustizia, di trasparenza,
di servizio, di partecipazione. Programmata e vissuta sia a livello mondiale
che locale. Rinnovando le istanze tradizionali, molte delle quali caduche
e ingiuste, e favorendo istanze nuove. Formando politicamente la cittadinanza.
Suggerendo atteggiamenti, processi, campagne; aiutando a cercare soluzioni.
Sappiamo che un’ «agenda» contiene «ciò
che si deve fare». Questa edizione della nostra Agenda, dunque,
vuole aiutare a pensare e ad assumere ciò che si deve fare perché
la politica viva , resuscitata, lontano dai «sepolcri imbiancati»,
e sia una politica umana e umanizzante.
Con Max Weber, vogliamo distinguere tra la politica come
professione e la politica come vocazione. Scrisse Rubem Alves, nel memorabile
articolo Sulla politica e il giardinaggio: «Di tutte le vocazioni,
la politica è la più nobile… Di tutte le professioni
è la più vile».
Vari specialisti scrivono nella nostra Agenda, offrendo informazioni e
piste di azione, particolarmente riguardo alle aree più profanate
o più dimenticate: politica e diritti umani, la donna e la politica,
la politica e i mezzi di comunicazione, la politica e il movimento popolare,
la politica e le culture, la politica e la religione, la politica e l’economia.
Occorre sognare camminando. Vogliamo e dobbiamo essere politici, fare
politica. Ci autoconvochiamo per entrare, donne ed uomini, - e sempre
più le donne nelle diverse sfere della politica - , adulti e giovani,
tutti impegnati e colmi di speranza, in questa grande mobilitazione di
obiettivi, di forum, di campagne, di realizzazioni. Chiediamo, sognando
in grande, che la politica sia un esercizio di amore, la celebrazione
quotidiana di una convivenza veramente umana. Una politica di fratelli
e sorelle. Un culto quotidiano all’Umanità, il miglior culto
al Dio vivo. Vogliamo essere politici e fare politica, senza possibile
neutralità, senza ipocrite equidistanze. Nel suo celebre discorso
all’Università di Lovanio, il martire San Romero d’America
affermò: «Essere a favore della vita o della morte. Ogni
giorno vedo con più chiarezza che è questa l’opzione
da seguire. In ciò non esiste neutralità possibile. O serviamo
la vita o siamo complici della morte di molti esseri umani. Qui si rivela
qual è la nostra fede: o crediamo nel Dio della Vita o usiamo il
nome di Dio servendo i carnefici di morte».
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